Ma davvero “Miss Italia non deve morire”?

Avevo già affrontato il tema da un altro punto vista, ma proprio ieri mi sono imbattuto in un documentario si Netflix, intitolato proprio “Miss Italia non deve morire“. Facile indovinare di cosa parli, me ne rendo conto, ma a prescindere sul mio pensiero personale sulla manifestazione – è un segreto di Pulcinella, chi mi segue lo sa -, quello che mi ha un po’ turbato è come non ci si renda conto di quello che sta succedendo. O forse, peggio ancora, ce ne rendiamo conto e ci sta bene…

Ma vediamo di essere più precisi. Il concorso di Miss Italia ha compiuto oltre 80 anni e ormai da diversi anni è stato escluso dal palinsesto prima della Rai, poi anche di altre emittenti pubbliche, per essere confinato allo streaming. Dove sta il problema… sono scelte commerciali, tutto sommato! Oppure no?!

Il problema sta in quella che oggi ci piace tantissimo chiamare “la nuova sensibilità”, una sensibilità che difende la donna, la allontana dalla sua oggettficazione, ne esalta il diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Benissimo!

E come lo fa? A quanto pare lo fa impedendole di avere il diritto di partecipare ad un concorso, che per molte è un divertimento, ma per alcune è in trampolino di lancio verso una splendida carriera (chiedetelo a Francesca Chillemi. Miriam Leone, Caterina Balivo, Anna Valle,… e potrei andare avanti ancora un po’!). Ma, soprattutto, lo fa sfogando sulla sua figura e sul concorso una fiumana di insulti e auspici di morte.

Sì, questa è la nuova sensibilità, quella che preferisce gli asterischi all’educazione; quella che, invece di usare una vetrina così popolare e importante per lanciare un messaggio positivo e cambiare le cose, preferisce coprire tutto con un telo e far finta che le cose cambieranno da sole.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche Miss Italia abbia i suoi scheletri nell’armadio e che non sia tutto oro quello che luccica. Assolutamente vero! Sarebbe stupido e ipocrita pensare che, anche nel 2025, l’estetica delle ragazze non sia ancora il primo criterio di selezione, rispetto alle loro capacità personali. E sarebbe altrettanto sciocco difendere a spada tratta l’operato della patron Mirigliani, che, forse per poca visione, forse per troppo spirito conservativo, ha messo un paio di volte il piede in fallo su alcune dichiarazioni che hanno acceso importanti flames sui social.

Ma i pochi che hanno visto l’ultima finale, ovviamente in streaming!, dovrebbero essersi resi conto che questa manifestazione, divenuta oramai un pezzo della nostra identità nazionale (vi piaccia o meno) non è una sfilata di galline senza cervello, bensì si è evoluta con l’evolversi dei tempi e si è adeguata, senza nemmeno cambiare la sua identità, a quello che è oggi il concetto di bellezza.

In tutta sincerità, anche se Patrizia Mirigliani non sarebbe d’accordo, mi auguro che non torni mai in Rai, che è una rete troppo governo-centrica e, per definizione, obsoleta e bigotta, ma spero invece che trovi nuovamente un suo posto su altre reti nazionali, in modo che la maggioranza del paese possa di nuovo godere della bellezza, qualunque essa sia.

E a chi proprio non riesce a farsi passare l’idea che i concorsi di bellezza siano solo una vetrina di donne oggetto, rispondo che, anche se avesse ragione, un concorso di bellezza non ha mai ucciso nessuno! Insulti, minacce, e auguri di morte… beh, quelli invece qualche danno lo hanno fatto!

Immagine di copertina generata con Shakker AI